lunedì 7 luglio 2014

l'importanza delle milestones

Una notte così insonne non la ricordo da molto tempo.

Sarà che, inconsciamente, volevo dimostrare a Luca che non russo, sarà che la presenza di altri compagni invece silenziosissimi mi ha messo in soggezione, alla fine ho dormito veramente poco.
Il pensiero ricorrente era alla difficoltà della salita, a quel che avremmo trovato al di là dalla bocchetta, al pericolo di una nebbia fitta che ci avrebbe confuso nella direzione, alla lunghezza di una discesa sulla quale poche persone avevano saputo darmi indicazioni.

Ad ogni modo, una volta sveglio, la tensione di affrontare la Bocca del Tuckett e la sua pendenza mi ha caricato al punto che mi sembrava di aver dormito il Sonno dei Giusti e la preoccupazione per quel che c'era dopo è passata subito in secondo piano.

Dopo aver di nuovo verificato col gestore del locale che la nostra intenzione era fattibile, ci siamo incamminati sul sentiero.
Il Rifugio Tuckett è già là in basso...

La pendenza vera, quella che ti stronca le gambe, inizia dopo un po'.
I ramponcini che abbiamo portato con noi  - quelli a 6 punte, senza il puntale - considerati in partenza un peso inutile, sono invece indispensabili. Almeno in salita non scivoli mai, in discesa un po' meno, ma se punti il tacco riesci sempre a controllare. O, almeno, fino a quel punto è andata così.

Per vincere la fatica e la voglia di tornare indietro, magari scivolando fino a fondo valle, sono costretto ad inventarmi qualcosa.

Mi appoggio al concetto di milestone (pietra miliare in italiano, un concetto che rappresenta nel gergo lavorativo un risultato intermedio da raggiungere nel corso di un progetto).

Individuo nelle pietre vere e proprie (senza miglio aggiunto) poste qua e là sul nevaio e posizionate più o meno sulla traiettoria del mio zig zag, gli obiettivi intermedi da raggiungere boccheggiando, in modo da consolidare una volta lì, con una breve sosta ristoratrice, un pezzetto di percorso.

Se fai l'errore di guardare su, all'obiettivo finale che si staglia qualche cento metri in verticale sopra di te, lo sconforto di sovrasta e la Strega Rinuncia, travestita da asfissia, vince senza riguardo.
Stessa fine che fanno le imprese troppo ambiziose che si prefiggono tutto e subito...

La trovata funziona e, staccato da Luca di poco meno di 10 minuti (ricordiamoci i 18 anni e la palestra al posto dell'ufficio), arrivo molto meno sofferente di quanto temevo, alla somma della Bocca.

E così, proprio come succede con le milestones dei progetti che - prima di farle, sono l'evento della tua vita e, una volta fatte, si dissolvono al cospetto della prossima da fare- una volta su, tutta l'attenzione è andata alla parte di là della bocchetta.

Un canalone largo e privo di pietre, ma il cui tratto iniziale ha una pendenza impressionante. Le foto (che domani cercherò di commentare in un post dedicato solo a quelle) non rendono, ma una pista nera, al confronto, è uno scivolo per bambini.
 Luca, seduto sul bordo del canalone. Si ha un'idea della pendenza del primo tratto.

Il canalone all'inizio

Decido di partire prima io, lentamente, di costa, cercando ad ogni passo di piantare bene i ramponcini.

Ho accorciato la racchetta a monte e tenuto lunga quella a valle per aiutarmi puntandole bene ogni volta.

Supero senza intoppi la parte più pendente seguito da Luca che fa lo stesso.

Poi, alla svolta di uno zig zag, mi scivola il piede e cado sedendomi sulla neve.
Poco male penso, tiro il fiato e mi rialzo.
Invece, nel rialzarmi, cado di nuovo e questa volta non mi fermo.
Parto, scivolando sempre più velocemente.

Ricordo bene cosa ho pensato in quei momenti.

Per prima cosa, in un lampo, ho pensato che se avessi avuto una piccozza avrei potuto girarmi e provare a piantarla, ma, visto che non ce l'avevo, l'importante era riuscire a dominare la traiettoria e la velocità.
Poi ho pensato che dovevo rimanere in posizione verticale e non sbandare o rotolare per poter guardare se vedevo delle pietre. Per fortuna ci sono riuscito e l'unica pietra che ho visto, piccola per la verità, sono riuscito ad evitarla con una tecnica degna di un campione di slittino.
Terzo ho pensato che dovevo piantare non troppo i ramponcini, per evitare di fare leva sugli stessi, e catapultarmi rovinosamente, ma, al tempo stesso, dovevo spingerli fino al punto di rallentare quando la pendenza sarebbe diminuita verso il fondo del canalone.
Ultimo ho pensato all'inutilità delle racchette in questo caso: una (quella lunga) l'ho persa subito, l'altra non mi è servita a niente.
Per la verità, per un secondo, ho anche pensato che poteva finir male, ma ho scartato immediatamente l'eventualità.

Insomma, lo scivolone mi ha dato tutto il tempo di pensare a queste cose, quindi è stato molto lungo.
In realtà, il canalone non aveva pericoli eccessivi perché finiva in una zona abbastanza sgombra da pietre e molto meno pendente di quella in cui stavo scivolando.
Fatto sta, che dopo un po' ho sentito che potevo spingere di più i ramponi e mi sono fermato senza danno.

Lassù, intanto, Luca osservava la scena (riprendendola con la gopro...) penso un po' preoccupato.

Di certo non pensava che toccasse subito dopo, anche a lui, la stessa sorte. Stesso tragitto, stessa fermata. Unica differenza la pietra. Lui l'ha presa di striscio, spingendola giusto fino a me, ma per fortuna senza danno.

Stranamente, nessuno dei due era spaventato o preoccupato.
Riconoscenti alla buona sorte, questo si anche se, le scie di altre scivolate tutte attorno ci hanno fatto  pensare che qualcuno lo facesse addirittura di proposito di scendere il canalone in quel modo.

Unica riflessione è che i consigli degli esperti (avevamo discusso lungamente del nostro giro e della nostra dotazione con il tipo del rifugio ricevendo rassicurazioni) vanno vissuti per quel che sono, non certo come un'assicurazione.

Ultimo particolare dell'aneddoto: giusto nel punto in cui ci siamo fermati abbiamo trovato una chiave inglese del 10 (millimetri, non anno di costruzione...). Chissà cosa ci faceva lì, forse aspettava proprio noi.

Ripreso il cammino verso la via delle Val Perse abbiamo assaporato la lunga e solitaria difficoltà di raggiungere Molveno attraverso questo sentiero che racchiude nel nome un richiamo alla sua scarsa attrattività.

Un susseguirsi di nevai, ghiaioni, ripidi sentieri molto scoscesi e pendenti, quasi mai un tratto rilassante. Molto spesso interrotto da frane. Uno di quei sentieri che, una volta fatto non ti sembra niente, ma mentre lo fai lo maledici. Ancora una volta, ritornano le milestones dei progetti...

Ad un certo punto, non segnalato sul posto, c'è anche un tratto attrezzato con una scaletta, bassa, ma che può rappresentare un problema per chi non si aspetta certe difficoltà.

Dopo l'interminabile strada forestale, stanchi, ma felici, siamo arrivati alla nostra macchina, parcheggiata alla fine di via Dolomiti, dopo una sosta pranzo al rifugio Croz dell'Altissimo.

Devo essere sincero, l'inconveniente dello scivolone, sia pur senza vera paura o pericolo reale, ha un po' segnato la giornata dando quel senso di aver un po' mancato di rispetto alle difficoltà della montagna che dovrebbe invece sempre guidare ogni passo sulle cime.
Nonostante questo però (l'uomo è bravissimo a trovarsi attenuanti generiche e specifiche di ogni tipo e in questo caso ne ho davvero tante)  il bilancio di questo giro è straordinariamente positivo.
Luca dice che è stato molto più bello di quello di due anni fa (Bressanone-S.Martino di Castrozza su Altavia n.2) tranne che nei rifugi che ha trovato più tipici in quell'occasione.
Per me, invece, questo giro resterà indimenticabile per avermi riportato alla certezza di poter fare certe cose senza paura.

Con rispetto, questo non lo dimenticherò.

Vittoriosi al campo base










domenica 6 luglio 2014

La bocca del Tuckett

Uno squarcio nella nebbia ci mostra la bocchetta che domani ci separa dal lungo discesone verso Molveno.
Più che una bocca, mi sembra un incubo...
Proverò a russare camminando, magari mi sembrerà di essere sveglio.


La lepre nella nebbia

Come al solito, in altura, mi sembra di non dormire niente e di passare la notte in un vigile dormiveglia, accompagnato qua e là da qualche sogno, questa notte, in realtà, poco rassicurante.
Di diverso avviso è invece Luca che mi accusa di russare come un trombone e di non riuscire a dormire a causa di questi concerti.

Probabilmente ha ragione lui, perché a mattina mi sveglio, nonostante tutto, riposato e con i muscoli neanche troppo intirizziti.

Buoni ultimi partiamo verso le 8.30 scendendo il nevaio assieme a due turisti finlandesi che, nonostante ieri sera si siano scolati due litri di vino rosso e due birre medie, stamattina erano in grado di riprendere la strada verso il Brentei, un rifugio a sud ovest dell'Alimonta. O a nord ovest, non so bene.

La ferrata del sentiero SOSAT parte qualche centinaio di metri sotto e si presenta, all'inizio, con le solite scalette arrugginite e un po' traballanti. In realtà è poi tutta rinnovata. 
Quando le nuvole danno tregua il panorama attorno è spettacolare,

Meglio però che ci sia la nebbia in certi tratti. Ti impedisce di vedere gli strapiombi di certi passaggi che, presi in discesa nel nostro itinerario, non sono per niente simpatici. In effetti incontriamo solo gente che percorre la ferrata in senso opposto. 

Ad un certo punto incrociamo una comitiva di ragazzi che arrivano da lì. Cantano canzoni scout con evidente scherno della categoria.
Quando ci sfioriamo, riconosco i ragazzi che hanno dormito con noi all'Alimonta.
Erano, sembrava, esperti ed attrezzati di tutto punto. Addirittura uno aveva un 50 metri di corda in bella mostra sullo zaino.
Il vederli tornare indietro mi preoccupa. Penso ci siano impedimenti o tratti troppo pericolosi. Chiedo ad una ragazza come mai stiano cambiando itinerario. Mi risponde che più avanti c'è un passaggio attrezzato che uno di loro non si sente di affrontare.
È così, in montagna anche la paura può costringerti a cambiar programma, non solo il tempo o la difficoltà.
Penso, tra me e me, che se lui ha avuto paura, noi, cosa dovremmo fare?
Ma, d'altra parte, mi dico che, la Strega Rinuncia, sarà già sazia della sua vittima quotidiana e quindi a noi riserverà un trattamenti più accomodante.

In effetti, arrivati ad un certo punto, bisogna scendere ai piedi di un profondo canalone. Il vecchio passaggio attrezzato era uno scalone di 50 e passa gradini che è stato sostituito da graffe, nuove e luccicanti, ma disposte in modo non lineare. Questo ti costringe a passaggi un po' sospesi, su una parete verticale. L'attacco, soprattutto, crea un minimo di panico. Capisco la reazione del ragazzo, ma, in fondo, non si tratta di niente di diverso da quanto fatto finora e quindi ci caliamo, un po'  timorosi, ma, alla fine sicuri di noi.

La risalita sul l'altro versante è faticosa e abbastanza lunga, ma, arrivati alla fine della parte attrezzata il vento apre uno squarcio di luce nella nebbia che ci aveva fino a lì accompagnato e il panorama che possiamo godere da un terrazzo naturale che si sporge sulla valle è di quelli senza fiato. Cima Tosa e il canalone Neri sono lì di fronte a noi in tutta la loro straordinaria imponenza.
Un tizio, fermatosi con noi ad ammirare lo spettacolo ci racconta di come si possa risalire il canalone e di quel ragazzo che quest'inverno si è piantato e (non deve essere morto) dopo esser stato soccorso ha subito anche il furto degli sci. Mi sembrano due cose così distanti, la grazia di non morire cadendo da uno scivolo del genere e la noia di un furto di una cosa che, probabilmente manco vorrai più vedere, che non sono sicuro di aver capito bene. Ma, tant'è, i discorsi che si fanno qui in montagna sono sempre un po' eroici. Meglio non far troppo trasparire la tua vena da cittadino con le pantofole.

La parte che rimane, lunga, non c'è che dire, si presenta più accomodante. Unico ostacolo, numerose vedrette di neve che sovrastano il percorso e che si deve attraversare con attenzione.

Arrivati in vista del rifugio alla somma di uno sperone sul versante opposto, decidiamo, complice uno squarcio di visibilità di capicollarci giù dal canalone evitando un lungo sentiero che lo costeggia fino alla base della lingua.
Lo facciamo confortati dalla vista, sul lato opposto, di un ripido zig zag che porta diretto al rifugio.

La scorciatoia si rivela però un po' più scoscesa e, soprattutto, bagnata del previsto.
Decine di ruscelli d'acqua rotolano giù scrosciando dal nevaio che abbiamo appena attraversato, rendendo fradici i nostri saltelli tra i massi scoscesi di quella che mille e mille anni fa deve essere stata una fragorosa frana che ha scosso letteralmente questi luoghi.
Ci accompagna, ad tratto, una lepre delle nevi che si allontana velocemente quando ci avviciniamo un po' troppo per fotografarla.

Arriviamo al rifugio Tuckett verso le due. Una volta ancora soddisfatti dell'impresa più che stanchi delle fatiche.

Oggi sarà una giornata di relax, almeno da ora in poi.

Domani ci aspetta un tappone dolomitico, nel vero senso della parola...

Una volta a casa, farò un post solo di foto. Quelle che posso far vedere adesso sono solo quelle dell'iPad che dà il suo massimo solo come peso morto, non come maneggevole fotocamera...


Senza rete

La guida alpina che gestisce il rifugio Tosa Pedrotti, ci rassicura sullo stato della via delle Bocchette Centrali. Solo qualche canalone ancora innevato in cui sarà meglio avere i ramponi, ma per il resto, anche il tempo sembra dalla nostra parte.


Nonostante un mare di nuvole avanzi minaccioso dal fondovalle arrivando a coprire il vecchio rifugio qualche metro più in basso, partiamo baciati dal sole verso la bocchetta Brenta. La prima di una lunga serie.
Indossiamo subito i ramponcini per non rischiare e arriviamo prestissimo all'imbocco della ferrata, una cinquantina di metri sotto lo scavallamento.

Siamo soli, l'altro gruppo che è partito con noi ha preso subito un'altra direzione.

La ferrata, che in genere sale solo tramite scalette, accompagna velocemente ad una prima serie di cengie, scavate nella roccia, che devi percorrere abbassato per non sbattere la testa.
In verità un paio di volte ho benedetto il caschetto che mi ha salvato da una capocciata di certo non salutare.

Attraverso cengie e passaggi liberi, a volte più pericolosi delle cengie stesse, percorriamo il sentiero arrampicato sotto il Campanil Alto. 
Sulla parete sud dello stesso, una combriccola di pazzi che Luca identifica coi ragazzi del rifugio, sta arrampicando in verticale con passaggi da brivido.
Per un attimo, non vedendo più i segnalini del sentiero e salutando il tipo appeso la di sopra,  avevamo anche temuto di dover percorrere la stessa strada. Cosa da pazzi. Già certi passaggi sulla nostra strada sono una prova di forza rispetto alla paura ed alle vertigini, arrampicare lassù sarebbe stato impossibile, anche attrezzati.

Dopo una lunga sosta ristoratrice sotto la Guglia, riprendiamo il sentiero esposto e, a tratti, completamente innevato.
Quando, assicurato alla corda, guardi giù dalla cengia, ti rendi conto di come sei appeso. Senza rete, o quasi.
Quando la neve copre il sentiero, devi andare a tentativi nel cercare la gusta strada. Un paio di volte mi è successo di sprofondare fino alla cintura. Incredibile a luglio!

Il panorama qui intorno, poi, lascia poco spazio ad esitazioni. 
Decine di torri che non sai come facciano a stare in piedi, accompagnano canaloni nevosi, pietraie e speroni o guglie che contrastano in modo memorabile con l'azzurro del cielo ed il bigio delle nuvole che ricoprono più in basso ogni cosa.
Ad ogni passo, anche se l'attenzione deve per forza andare a dove metti il piede o a come agganci il moschettone, la voglia di immortalare la situazione con una foto per non dimenticare più questi momenti è fortissima.
In alcuni passaggi coreografici ci lasciamo anche andare a qualche foto un po' azzardata (nessun rischio reale, davvero)
Oggi poi,  si è ristabilita la vecchia classifica. Il più in forma sono io.  Luca, soprattutto dopo la sosta, ha un po' di paura e qualche volta resta indietro (non certo per il fiato però, quello no, di certo non gli manca).



Sempre in solitaria - gli unici incontri fatto sono stati degli inglesi chiacchieroni che giravano (sono inglesi...) nel senso opposto- arriviamo, siraccando in certi passaggi liberi un po' arditi, fino alla Bocchetta delle Armi, da dove si può ammirare il Rifugio Alimonta, nostra odierna tappa.

La discesa al rifugio, su una lingua di neve fradicia, prende una forma poco nobile, ma molto divertente. Il sedere è ormai già bagnato dalle innumerevoli traversate nevose. Per di più, spesso, è stato all'aria perché tra imbrachi e pantaloni larghi non c'è verso di restare composto.
Quindi, via, di culo giù dal canalone !


Una figata!

Pranzo e dormita colossale. Mi accorgo di aver dimenticato al Tosa tutti i caricabatterie!
Magari quello per il cell lo posso chiedere in prestito, ma quello dell'iPad, da qui sto scrivendo, la vedo dura.
Se a questo aggiungo che qui, il campo, è quasi assente ecco che la nostra giornata senza rete (di protezione, elettrica, di connessione) si completa alla perfezione.



venerdì 4 luglio 2014

Se arrivano loro però ...

L'inizio sembra bello...

Dal mare di nuvole sotto di noi siamo per adesso soltanto lambiti.
Quassù uno splendido sole illumina finalmente a dovere i colori caratteristici della dolomite.
Alle 7 facciamo colazione e poi proviamo a salire alla bocchetta del Brenta da dove si diparte la via delle bocchette centrali.
Parlando ieri con la guida alpina, ci ha rassicurato sulla sua percorribilità.

La notte è passata veloce con i ritmi tipici delle notti in rifugio dopo un grande fatica: continui risvegli e lunghi sonnellini poco profondi, ma stamattina siamo in forma entrambi.

Se dura così dovrebbe essere proprio bello.

A dopo

Verso l'infinito e oltre

Nella migliore tradizione dei salti serali...



Lotta Continua

La partenza lenta si ripercuote sulla giornata. 
Tra una sveglia alle 5 ed una partenza effettiva - Molveno, alla fine di via Dolomiti - alle 8.50 hanno preso forma un sacco di intoppi, cazzeggi, incazzature, insomma una partenza in salita.

Come tutto il resto poi, del resto....

Si inizia con una strada forestale in leggera pendenza.
Me la ricordavo. L'ho percorsa centinaia di volte, da ragazzo, quando venivo qui, proprio in via Dolomiti, con il campo estivo dei preti. Si, lo so. Dopo ho cambiato strada, ma fino ai sedici anni quello è stato il mio mondo.

Dopo una sosta al bar Ciclamino, per un doveroso caffè, si inizia a salire e si entra nel bosco di faggi e abeti. 
Il sentiero è facile, ma a tratti reso viscido dalle foglie e dall'umidità.
Si esce dal bosco più o meno dopo il rifugio Selvata, 1600 e rotti metri.
Mi sembrava di averne fatti un po' di più dei circa 700 che abbiamo effettivamente superato rispetto ai 930 di Molveno.
Ma, tant'è, ci accontentiamo e rifocilliamo con un panino speck e formaggio ed un caffè.

È da lì in poi che inizia il bello. Una serie di serpentine scoscese e ripide ci portando dopo un bel po' di siracche (termine tecnico montanaro che qualcuno di voi conosce bene) su un pianoro dove rifacciamo una sosta.
La dedichiamo interamente alle "barrette della rinascita" sperando che facciano il miracolo. Lassù in lontananza, infatti, una diga naturale, alta qualche centinaio di metri ci separa (così pensiamo) dal nostro meritato traguardo. Siamo a 1900 e rotti metri, anche qua, i trecento fatti mi sembravano almeno il doppio, ma, ancora una volta, ce la dobbiamo far piacere così. Stringiamo i denti e ripartiamo. Io per la verità un po' acciaccato. La pompa funziona benissimo, nessun segnale, di alcun tipo, ma ho le gambe un po' ...come dire...poco allenate. Burrose, insomma. Non carne greve o quelle cose lì. Io non ne soffro. Sono solo un po' lente nella risposta, tutto lì...
Luca invece, forte dei suoi diciotto anni e delle su diciotto forme di allenamento (da palestra a canoa), va come un treno.
Quest'anno non c'è storia. La Strega Rinuncia cerca e vuole solo me.
Arrivare a scavallare l'enorme muraglione diventa quella che, ad un certo punto, penso sia l'impresa della giornata. La mia lotta con la Strega occupa ogni attimo, ogni passo. Ogni sassolino mi parla di lei. Persino i fiori che qui e là colorano i ciuffi di erba tra i sassi, mi guardano ridendo ed invitandomi alla resa.
Ma io non posso cedere, sarebbe, peraltro inutile. Mica basta alzare la mano perché qualcuno ti riporti a casa in braccio. Che, se fosse così, probabilmente l'avrete fatto.

Comunque, il peggio doveva ancora venire.
Scavallato il costone gigantesco, l'aspettativa di vedere il rifugio è stata però, come dire, falciata, seccata, fulminata dalla consapevolezza che, tra noi ed il rifugio c'erano almeno altri tre-quattrocento metri di dislivello. 
Per di più, in mezzo alle nuvole e accompagnati dalle vedrette di neve che ancora stazionano putrefatte lungo lo zig zag quasi verticale che risale la bellissima conca.
Ecco, questa è stata la vera lotta con la Strega Rinuncia.
Alla fine, attingendo alle ultime calorie regalatemi dalle barrette magiche siamo riusciti ad arrivare, bagnati come i pulcini, al rifugio Tosa Pedrotti 2490 metri.
Uno spettacolo di posto tra le cime più alte del Brenta (Tosa e Brenta) con una balconata naturale che da sulla Val delle Seghe (quella che abbiamo risalito all'inizio...che sia per quello che ...?).

Gli ultimi cento metri (in verticale, qui di orizzontale ho rischiato di esserci solo io) sono stati terribili anche perché li abbiamo percorsi sulla neve, putrida come detto, nella nebbia, fitta come a Milano negli anni '60 e sotto la pioggia, bagnata come solo una pioggia in montagna sa essere.

Adesso, sistemati in camera da quattro ci stiamo godendo un po' di meritato riposo accompagnato dalla classica radler.
Il rifugio è molto bello anche dentro. Accogliente è dotato persino di doccia... Spero di riuscire a farla. Il problema sarà asciugarsi, per risparmiare un po' sul peso abbiamo lasciato a casa gli asciugamani.
Non so cosa dire al riguardo: l'Orco Zaino oggi mi sembrava pesare come dieci volte il koala di Brisbane che già pesava come una carriola di mattoni... La rinuncia all'asciugamano non so quindi quanto sia stata utile...

Ve lo dirò domani. Per stasera penso che finirò così. Felice come una Pasqua per aver superato questa prima tappa, forse un po' sottopesata come dislivello e fatica connessa, ma, alla fine, portata a termine con grande soddisfazione.

Quello che vedete, al centro della foto è il bordo del costone che ci aveva illuso prima...
Ciao!!!!




giovedì 3 luglio 2014

Non ancora...

Preparativi pieni di cazzeggi, ma lunghi come la fame...
Adesso però partiamo davvero!

Si parte

La mattina inizia di buon'ora. La sveglia alle 5 irrompe nel bel mezzo di un sogno complicato e faticoso. Luca, invece, è già sveglio. Dice di non aver dormito niente come tutte le notti prima del giro. Rispetta anche questa tradizione oltre a quella di farci la festa la sera prima...
Iniziamo subito a sganasciare come scemi sul fatto che gli Orchi Zaini non riescono a contenere più niente. Nemmeno un piccolo sapone.... Saranno quattro giorni da orsi, puzzolenti e luridi, come è giusto essere in montagna.

Oddio, le mutande (che avevamo dimenticato, altra sganasciata), quelle, dobbiamo trovare il modo di farcele stare...

Ridere la mattina così presto fa proprio bene!

Seriamo sia di buon auspicio...