Sarà che, inconsciamente, volevo dimostrare a Luca che non russo, sarà che la presenza di altri compagni invece silenziosissimi mi ha messo in soggezione, alla fine ho dormito veramente poco.
Il pensiero ricorrente era alla difficoltà della salita, a quel che avremmo trovato al di là dalla bocchetta, al pericolo di una nebbia fitta che ci avrebbe confuso nella direzione, alla lunghezza di una discesa sulla quale poche persone avevano saputo darmi indicazioni.
Ad ogni modo, una volta sveglio, la tensione di affrontare la Bocca del Tuckett e la sua pendenza mi ha caricato al punto che mi sembrava di aver dormito il Sonno dei Giusti e la preoccupazione per quel che c'era dopo è passata subito in secondo piano.
Dopo aver di nuovo verificato col gestore del locale che la nostra intenzione era fattibile, ci siamo incamminati sul sentiero.
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| Il Rifugio Tuckett è già là in basso... |
La pendenza vera, quella che ti stronca le gambe, inizia dopo un po'.
I ramponcini che abbiamo portato con noi - quelli a 6 punte, senza il puntale - considerati in partenza un peso inutile, sono invece indispensabili. Almeno in salita non scivoli mai, in discesa un po' meno, ma se punti il tacco riesci sempre a controllare. O, almeno, fino a quel punto è andata così.
Per vincere la fatica e la voglia di tornare indietro, magari scivolando fino a fondo valle, sono costretto ad inventarmi qualcosa.
Mi appoggio al concetto di milestone (pietra miliare in italiano, un concetto che rappresenta nel gergo lavorativo un risultato intermedio da raggiungere nel corso di un progetto).
Individuo nelle pietre vere e proprie (senza miglio aggiunto) poste qua e là sul nevaio e posizionate più o meno sulla traiettoria del mio zig zag, gli obiettivi intermedi da raggiungere boccheggiando, in modo da consolidare una volta lì, con una breve sosta ristoratrice, un pezzetto di percorso.
Se fai l'errore di guardare su, all'obiettivo finale che si staglia qualche cento metri in verticale sopra di te, lo sconforto di sovrasta e la Strega Rinuncia, travestita da asfissia, vince senza riguardo.
Stessa fine che fanno le imprese troppo ambiziose che si prefiggono tutto e subito...
La trovata funziona e, staccato da Luca di poco meno di 10 minuti (ricordiamoci i 18 anni e la palestra al posto dell'ufficio), arrivo molto meno sofferente di quanto temevo, alla somma della Bocca.
E così, proprio come succede con le milestones dei progetti che - prima di farle, sono l'evento della tua vita e, una volta fatte, si dissolvono al cospetto della prossima da fare- una volta su, tutta l'attenzione è andata alla parte di là della bocchetta.
Un canalone largo e privo di pietre, ma il cui tratto iniziale ha una pendenza impressionante. Le foto (che domani cercherò di commentare in un post dedicato solo a quelle) non rendono, ma una pista nera, al confronto, è uno scivolo per bambini.
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| Luca, seduto sul bordo del canalone. Si ha un'idea della pendenza del primo tratto. |
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| Il canalone all'inizio |
Decido di partire prima io, lentamente, di costa, cercando ad ogni passo di piantare bene i ramponcini.
Ho accorciato la racchetta a monte e tenuto lunga quella a valle per aiutarmi puntandole bene ogni volta.
Supero senza intoppi la parte più pendente seguito da Luca che fa lo stesso.
Poi, alla svolta di uno zig zag, mi scivola il piede e cado sedendomi sulla neve.
Poco male penso, tiro il fiato e mi rialzo.
Invece, nel rialzarmi, cado di nuovo e questa volta non mi fermo.
Parto, scivolando sempre più velocemente.
Ricordo bene cosa ho pensato in quei momenti.
Per prima cosa, in un lampo, ho pensato che se avessi avuto una piccozza avrei potuto girarmi e provare a piantarla, ma, visto che non ce l'avevo, l'importante era riuscire a dominare la traiettoria e la velocità.
Poi ho pensato che dovevo rimanere in posizione verticale e non sbandare o rotolare per poter guardare se vedevo delle pietre. Per fortuna ci sono riuscito e l'unica pietra che ho visto, piccola per la verità, sono riuscito ad evitarla con una tecnica degna di un campione di slittino.
Terzo ho pensato che dovevo piantare non troppo i ramponcini, per evitare di fare leva sugli stessi, e catapultarmi rovinosamente, ma, al tempo stesso, dovevo spingerli fino al punto di rallentare quando la pendenza sarebbe diminuita verso il fondo del canalone.
Ultimo ho pensato all'inutilità delle racchette in questo caso: una (quella lunga) l'ho persa subito, l'altra non mi è servita a niente.
Per la verità, per un secondo, ho anche pensato che poteva finir male, ma ho scartato immediatamente l'eventualità.
Insomma, lo scivolone mi ha dato tutto il tempo di pensare a queste cose, quindi è stato molto lungo.
In realtà, il canalone non aveva pericoli eccessivi perché finiva in una zona abbastanza sgombra da pietre e molto meno pendente di quella in cui stavo scivolando.
Fatto sta, che dopo un po' ho sentito che potevo spingere di più i ramponi e mi sono fermato senza danno.
Lassù, intanto, Luca osservava la scena (riprendendola con la gopro...) penso un po' preoccupato.
Di certo non pensava che toccasse subito dopo, anche a lui, la stessa sorte. Stesso tragitto, stessa fermata. Unica differenza la pietra. Lui l'ha presa di striscio, spingendola giusto fino a me, ma per fortuna senza danno.
Stranamente, nessuno dei due era spaventato o preoccupato.
Riconoscenti alla buona sorte, questo si anche se, le scie di altre scivolate tutte attorno ci hanno fatto pensare che qualcuno lo facesse addirittura di proposito di scendere il canalone in quel modo.
Unica riflessione è che i consigli degli esperti (avevamo discusso lungamente del nostro giro e della nostra dotazione con il tipo del rifugio ricevendo rassicurazioni) vanno vissuti per quel che sono, non certo come un'assicurazione.
Ultimo particolare dell'aneddoto: giusto nel punto in cui ci siamo fermati abbiamo trovato una chiave inglese del 10 (millimetri, non anno di costruzione...). Chissà cosa ci faceva lì, forse aspettava proprio noi.
Ripreso il cammino verso la via delle Val Perse abbiamo assaporato la lunga e solitaria difficoltà di raggiungere Molveno attraverso questo sentiero che racchiude nel nome un richiamo alla sua scarsa attrattività.
Un susseguirsi di nevai, ghiaioni, ripidi sentieri molto scoscesi e pendenti, quasi mai un tratto rilassante. Molto spesso interrotto da frane. Uno di quei sentieri che, una volta fatto non ti sembra niente, ma mentre lo fai lo maledici. Ancora una volta, ritornano le milestones dei progetti...
Ad un certo punto, non segnalato sul posto, c'è anche un tratto attrezzato con una scaletta, bassa, ma che può rappresentare un problema per chi non si aspetta certe difficoltà.
Dopo l'interminabile strada forestale, stanchi, ma felici, siamo arrivati alla nostra macchina, parcheggiata alla fine di via Dolomiti, dopo una sosta pranzo al rifugio Croz dell'Altissimo.
Devo essere sincero, l'inconveniente dello scivolone, sia pur senza vera paura o pericolo reale, ha un po' segnato la giornata dando quel senso di aver un po' mancato di rispetto alle difficoltà della montagna che dovrebbe invece sempre guidare ogni passo sulle cime.
Nonostante questo però (l'uomo è bravissimo a trovarsi attenuanti generiche e specifiche di ogni tipo e in questo caso ne ho davvero tante) il bilancio di questo giro è straordinariamente positivo.
Luca dice che è stato molto più bello di quello di due anni fa (Bressanone-S.Martino di Castrozza su Altavia n.2) tranne che nei rifugi che ha trovato più tipici in quell'occasione.
Per me, invece, questo giro resterà indimenticabile per avermi riportato alla certezza di poter fare certe cose senza paura.
Con rispetto, questo non lo dimenticherò.
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| Vittoriosi al campo base |




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