domenica 6 luglio 2014

La lepre nella nebbia

Come al solito, in altura, mi sembra di non dormire niente e di passare la notte in un vigile dormiveglia, accompagnato qua e là da qualche sogno, questa notte, in realtà, poco rassicurante.
Di diverso avviso è invece Luca che mi accusa di russare come un trombone e di non riuscire a dormire a causa di questi concerti.

Probabilmente ha ragione lui, perché a mattina mi sveglio, nonostante tutto, riposato e con i muscoli neanche troppo intirizziti.

Buoni ultimi partiamo verso le 8.30 scendendo il nevaio assieme a due turisti finlandesi che, nonostante ieri sera si siano scolati due litri di vino rosso e due birre medie, stamattina erano in grado di riprendere la strada verso il Brentei, un rifugio a sud ovest dell'Alimonta. O a nord ovest, non so bene.

La ferrata del sentiero SOSAT parte qualche centinaio di metri sotto e si presenta, all'inizio, con le solite scalette arrugginite e un po' traballanti. In realtà è poi tutta rinnovata. 
Quando le nuvole danno tregua il panorama attorno è spettacolare,

Meglio però che ci sia la nebbia in certi tratti. Ti impedisce di vedere gli strapiombi di certi passaggi che, presi in discesa nel nostro itinerario, non sono per niente simpatici. In effetti incontriamo solo gente che percorre la ferrata in senso opposto. 

Ad un certo punto incrociamo una comitiva di ragazzi che arrivano da lì. Cantano canzoni scout con evidente scherno della categoria.
Quando ci sfioriamo, riconosco i ragazzi che hanno dormito con noi all'Alimonta.
Erano, sembrava, esperti ed attrezzati di tutto punto. Addirittura uno aveva un 50 metri di corda in bella mostra sullo zaino.
Il vederli tornare indietro mi preoccupa. Penso ci siano impedimenti o tratti troppo pericolosi. Chiedo ad una ragazza come mai stiano cambiando itinerario. Mi risponde che più avanti c'è un passaggio attrezzato che uno di loro non si sente di affrontare.
È così, in montagna anche la paura può costringerti a cambiar programma, non solo il tempo o la difficoltà.
Penso, tra me e me, che se lui ha avuto paura, noi, cosa dovremmo fare?
Ma, d'altra parte, mi dico che, la Strega Rinuncia, sarà già sazia della sua vittima quotidiana e quindi a noi riserverà un trattamenti più accomodante.

In effetti, arrivati ad un certo punto, bisogna scendere ai piedi di un profondo canalone. Il vecchio passaggio attrezzato era uno scalone di 50 e passa gradini che è stato sostituito da graffe, nuove e luccicanti, ma disposte in modo non lineare. Questo ti costringe a passaggi un po' sospesi, su una parete verticale. L'attacco, soprattutto, crea un minimo di panico. Capisco la reazione del ragazzo, ma, in fondo, non si tratta di niente di diverso da quanto fatto finora e quindi ci caliamo, un po'  timorosi, ma, alla fine sicuri di noi.

La risalita sul l'altro versante è faticosa e abbastanza lunga, ma, arrivati alla fine della parte attrezzata il vento apre uno squarcio di luce nella nebbia che ci aveva fino a lì accompagnato e il panorama che possiamo godere da un terrazzo naturale che si sporge sulla valle è di quelli senza fiato. Cima Tosa e il canalone Neri sono lì di fronte a noi in tutta la loro straordinaria imponenza.
Un tizio, fermatosi con noi ad ammirare lo spettacolo ci racconta di come si possa risalire il canalone e di quel ragazzo che quest'inverno si è piantato e (non deve essere morto) dopo esser stato soccorso ha subito anche il furto degli sci. Mi sembrano due cose così distanti, la grazia di non morire cadendo da uno scivolo del genere e la noia di un furto di una cosa che, probabilmente manco vorrai più vedere, che non sono sicuro di aver capito bene. Ma, tant'è, i discorsi che si fanno qui in montagna sono sempre un po' eroici. Meglio non far troppo trasparire la tua vena da cittadino con le pantofole.

La parte che rimane, lunga, non c'è che dire, si presenta più accomodante. Unico ostacolo, numerose vedrette di neve che sovrastano il percorso e che si deve attraversare con attenzione.

Arrivati in vista del rifugio alla somma di uno sperone sul versante opposto, decidiamo, complice uno squarcio di visibilità di capicollarci giù dal canalone evitando un lungo sentiero che lo costeggia fino alla base della lingua.
Lo facciamo confortati dalla vista, sul lato opposto, di un ripido zig zag che porta diretto al rifugio.

La scorciatoia si rivela però un po' più scoscesa e, soprattutto, bagnata del previsto.
Decine di ruscelli d'acqua rotolano giù scrosciando dal nevaio che abbiamo appena attraversato, rendendo fradici i nostri saltelli tra i massi scoscesi di quella che mille e mille anni fa deve essere stata una fragorosa frana che ha scosso letteralmente questi luoghi.
Ci accompagna, ad tratto, una lepre delle nevi che si allontana velocemente quando ci avviciniamo un po' troppo per fotografarla.

Arriviamo al rifugio Tuckett verso le due. Una volta ancora soddisfatti dell'impresa più che stanchi delle fatiche.

Oggi sarà una giornata di relax, almeno da ora in poi.

Domani ci aspetta un tappone dolomitico, nel vero senso della parola...

Una volta a casa, farò un post solo di foto. Quelle che posso far vedere adesso sono solo quelle dell'iPad che dà il suo massimo solo come peso morto, non come maneggevole fotocamera...


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