Nonostante un mare di nuvole avanzi minaccioso dal fondovalle arrivando a coprire il vecchio rifugio qualche metro più in basso, partiamo baciati dal sole verso la bocchetta Brenta. La prima di una lunga serie.
Indossiamo subito i ramponcini per non rischiare e arriviamo prestissimo all'imbocco della ferrata, una cinquantina di metri sotto lo scavallamento.
Siamo soli, l'altro gruppo che è partito con noi ha preso subito un'altra direzione.
La ferrata, che in genere sale solo tramite scalette, accompagna velocemente ad una prima serie di cengie, scavate nella roccia, che devi percorrere abbassato per non sbattere la testa.
In verità un paio di volte ho benedetto il caschetto che mi ha salvato da una capocciata di certo non salutare.
Attraverso cengie e passaggi liberi, a volte più pericolosi delle cengie stesse, percorriamo il sentiero arrampicato sotto il Campanil Alto.
Sulla parete sud dello stesso, una combriccola di pazzi che Luca identifica coi ragazzi del rifugio, sta arrampicando in verticale con passaggi da brivido.
Per un attimo, non vedendo più i segnalini del sentiero e salutando il tipo appeso la di sopra, avevamo anche temuto di dover percorrere la stessa strada. Cosa da pazzi. Già certi passaggi sulla nostra strada sono una prova di forza rispetto alla paura ed alle vertigini, arrampicare lassù sarebbe stato impossibile, anche attrezzati.
Dopo una lunga sosta ristoratrice sotto la Guglia, riprendiamo il sentiero esposto e, a tratti, completamente innevato.
Quando, assicurato alla corda, guardi giù dalla cengia, ti rendi conto di come sei appeso. Senza rete, o quasi.
Quando la neve copre il sentiero, devi andare a tentativi nel cercare la gusta strada. Un paio di volte mi è successo di sprofondare fino alla cintura. Incredibile a luglio!
Il panorama qui intorno, poi, lascia poco spazio ad esitazioni.
Decine di torri che non sai come facciano a stare in piedi, accompagnano canaloni nevosi, pietraie e speroni o guglie che contrastano in modo memorabile con l'azzurro del cielo ed il bigio delle nuvole che ricoprono più in basso ogni cosa.
Ad ogni passo, anche se l'attenzione deve per forza andare a dove metti il piede o a come agganci il moschettone, la voglia di immortalare la situazione con una foto per non dimenticare più questi momenti è fortissima.
In alcuni passaggi coreografici ci lasciamo anche andare a qualche foto un po' azzardata (nessun rischio reale, davvero)
Oggi poi, si è ristabilita la vecchia classifica. Il più in forma sono io. Luca, soprattutto dopo la sosta, ha un po' di paura e qualche volta resta indietro (non certo per il fiato però, quello no, di certo non gli manca).
Sempre in solitaria - gli unici incontri fatto sono stati degli inglesi chiacchieroni che giravano (sono inglesi...) nel senso opposto- arriviamo, siraccando in certi passaggi liberi un po' arditi, fino alla Bocchetta delle Armi, da dove si può ammirare il Rifugio Alimonta, nostra odierna tappa.
La discesa al rifugio, su una lingua di neve fradicia, prende una forma poco nobile, ma molto divertente. Il sedere è ormai già bagnato dalle innumerevoli traversate nevose. Per di più, spesso, è stato all'aria perché tra imbrachi e pantaloni larghi non c'è verso di restare composto.
Quindi, via, di culo giù dal canalone !
Una figata!
Pranzo e dormita colossale. Mi accorgo di aver dimenticato al Tosa tutti i caricabatterie!
Magari quello per il cell lo posso chiedere in prestito, ma quello dell'iPad, da qui sto scrivendo, la vedo dura.
Se a questo aggiungo che qui, il campo, è quasi assente ecco che la nostra giornata senza rete (di protezione, elettrica, di connessione) si completa alla perfezione.




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